lunedì, settembre 25, 2006

L'open source può provocare la sindrome di Ulisse

Nell’ambito della mia personale campagna sull’uso di una maggior semplicità come paradigma per la diffusione di un qualsiasi oggetto, parlerò oggi di una pratica (che quasi assurge a livello di metodologia) molto diffusa nel mondo dell’open source.
Comincerò con alcune domande per i lettori che hanno avuto a che fare, come utilizzatori o amministratori, con qualche pacchetto software aperto: quante volte vi è capitato di incagliarvi durante la procedura di installazione o di amministrazione?
Come definireste la qualità e l’aggiornamento della documentazione? Avete trovato soddisfacenti i metodi per la richiesta di ulteriori informazioni e di aiuto?
Se avete risposto “mai”, “ottima”, e “assolutamente sì” siete voi stessi degli sviluppatori OS, e quindi non vale.
Ebbene, ora non vi voglio tediare dicendo che io utilizzo software open source (o di pubblico dominio, come veniva definito una volta) dal 1990, quando ancora, su sistemi Unix, c’era la necessità di modificare il Makefile a manina e di adattare i path all’interno degli include nei sorgenti.
Una cosa, però, non è assolutamente cambiata nel corso degli anni: l’assoluta povertà di documentazione e di troubleshooting che accompagna qualsiasi rilascio. O quasi.
Ai tempi, quando si scaricava solo mediante l’FTP da linea di comando, l’unico modo per entrare in contatto con i propri simili erano le liste di discussione e risolvere un problema era soprattutto una questione di tempo: le fonti informative erano limitatissime, e, nel giro di qualche giorno, o settimana, si poteva avere la risposta desiderata.
Ora, il troubleshooting è soprattutto una questione di organizzazione dell’informazione, che purtroppo è troppo spesso impostata sulla forma mentis dello sviluppatore; laddove scarseggia la documentazione, ci si può riferire alla pletora di forum, newsgroups o di siti mantenuti con un CMS.
Basta (basta?) inserire in Google qualche parola chiave e si possono trovare decine di siti utili ai nostri scopi, ma… i siti sono tanti, le informazioni sono estremamente frammentarie e organizzate secondo schemi inusuali e poco user friendly, poco navigabili, scarsamente interpretabili, spesso mischiate a valanghe di commenti inutili.
Alla fine dei conti, anche ai giorni nostri si tratta sempre di una questione di tempo, ma, a differenza di 15 anni fa, le fonti informative sono innumerevoli e ogni volta che se ne analizza una e non si trova l’informazione richiesta, la frustrazione e l’aspettativa nella fonte successiva aumentano, tanto da far cadere il ricercatore nella sindrome di Ulisse, ovvero il pellegrinaggio da un sito all’altro in una continua ricerca (di sé stessi? della risposta definitiva? della domanda la cui risposta è 42?): quante volte infatti la stessa ricerca viene eseguita in tempi diversi e in modi diversi a scapito dell’economicità di gestione del proprio tempo?
Io credo fermamente nell’open source, e chi ci crede come me deve anche mettersi in testa che per portare avanti il vessillo del software libero e aperto, bisogna creare prodotti utilizzabili che si diffondano da soli, che facciano marketing attraverso la propria qualità.
La qualità si raggiunge con una buona dose di pazienza e di energia spesa ANCHE nello svolgimento di attività di corollario, come ad esempio la stesura della documentazione o l’approntamento di una base di conoscenza ben strutturata. E' più semplice per l'utilizzatore dievntare padrone dell'oggetto e sfruttaro al meglio.
Lo so che scrivere la documentazione è stato sempre il tallone di Achille di ogni buon sviluppatore che si voglia definire tale, ma credere e perseguire un obiettivo richiede pazienza e molta focalizzazione, nonché l’ascolto continuo di chi utilizza o desidera provare il prodotto.

1 commento:

Andrea ha detto...

Ci sono diversi pacchetti Open Source che non hanno nulla da invidiare ai cosiddetti pacchetti commerciali (dicitura secondo me errata!) sia dal punto di vista della documentazione che del supporto. Cito ad esempio, OpenOffice, Apache HTTP Server, Hibernate, GIMP, giusto per citare i primi che mi vengono in mente.
E' vero che ci sono progetti che hanno una documentazione striminzita, più per addetti ai lavori che per utenti. Ma, per esperienza personale, la comunità o l'autore si dimostrano sempre disponibili a chiarire dubbi e ad offrire supporto.
In ogni caso, il tempo perso per risolvere problemi di installazione e configurazione potrebbe essere considerato come "il prezzo da pagare" per l'uso di questi programmi. Sta a noi decidere se quel prezzo è accettabile o meno.
D'altronde non è raro che tale prezzo bisogna pagarlo anche quando si ha a che fare con software "commerciali" anche ben documentati.